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Il valore delle piccole cose. Piccoli cambiamenti che fanno la differenza

Aprile 24, 2026
in Amministratore
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cambiamenti
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In un’epoca complessa piena di distorsioni a cui lo Stato non riesce a rimediare pensiamo a come potrebbe cambiare l’attività dell’amministratore di condominio se solo si potessero attuare uno o più piccoli cambiamenti

Viviamo tempi difficili, c’è un generale clima di sfiducia e intolleranza, nei confronti della politica e delle istituzioni in generale che i media, quotidianamente, alimentano affermando il tutto e il contrario di tutto. Abbiamo il problema di un’immigrazione fuori controllo, e tanti poveri diavoli costretti ad arrabattarsi per sopravvivere, dal momento che le istituzioni non sono in grado di provvedere come uno Stato dovrebbe. Persone che vagano per strada chiedendo la carità, o ferme ai semafori chiedendo di pulire il parabrezza delle auto.

Rispetto al gravissimo problema dei racket del crimine che sfruttano questa povera gente, alcuni Comuni, soprattutto del Nord Italia, hanno vietato le forme di accattonaggio, ottenendo sicuramente il risultato di focalizzare l’attenzione della pubblica opinione su un disagio che tutti quanti sopportiamo quasi con rassegnazione.

E a proposito di questi piccoli fatti quotidiani, che si dimenticano dopo un attimo ma che aumentano la sensazione di insicurezza, Malcom Galdwell, nel suo libro “Il punto critico. I grandi effetti dei piccoli cambiamenti” (1 BUR Scienza, 2006, ISBN 8817014303) sviluppa l’idea che i cambiamenti sociali seguono le stesse leggi delle epidemie, come se la diffusione di una moda o di determinati comportamenti, che avviene attraverso i media o con il passaparola, oltre una certa soglia, si diffonde con un effetto assolutamente imprevedibile, ottenendo vere e proprie rivoluzioni.

Ed è su questa idea di fondo che due criminologi americani, James Q. Wilson e George Kelling hanno messo a punto la “teoria delle finestre rotte”, basata sull’assunto che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se la finestra di un palazzo è rotta e non viene riparata, entro breve tempo verranno rotti i vetri di altre finestre, dando la conferma che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Cosicché, ben presto, la sensazione di anarchia si diffonderà sulla strada su cui si affaccia questo edificio, dando il segnale che tutto è possibile. In una grande città, problemi di minore importanza come i graffiti, il disordine pubblico e la mendicità aggressiva, secondo questi studiosi, sono l’equivalente delle finestre rotte, costituiscono cioè degli impliciti inviti, per la delinquenza, ad agire quasi indisturbata in quei territori urbani dove le vittime potenziali sono quasi rassegnate a subire, intimidite dalle condizioni di degrado dominanti.

A questa teoria si è ispirato, nella città di New York, tra gli anni ’80 e ’90, William Bratton, prima come capo della polizia della metropolitana e poi come responsabile del dipartimento di polizia della città, chiamato da Rudolph Giuliani, con ottimi risultati: sono stati eliminati i portoghesi che non pagavano il biglietto della metropolitana e quanti giravano armati al suo interno, rendendo più sicuro quel luogo, ed è stata ridotta drasticamente la criminalità migliorando la qualità della vita degli abitanti di New York, che hanno incominciato a collaborare con le forze di polizia contribuendo al successo dell’iniziativa.

Era l’applicazione della cosiddetta tolleranza zero, cioè la repressione di tutti i reati a partire da quelli apparentemente insignificanti, che però erano i punti critici della criminalità violenta.

La teoria delle finestre rotte prende in considerazione il modo in cui le persone percepiscono l’ambiente. Il comportamento è quindi dettato dalla percezione del contesto sociale in cui si trova l’individuo: modificando i comportamenti, anche quelli più semplici, si attua il cambiamento.

Quindi, sfruttare i piccoli cambiamenti produce cambiamenti di grande respiro.

Traendo spunto da queste interessanti teorie, pensiamo a come potrebbe cambiare l’attività dell’amministratore di condominio se solo si potessero attuare uno o più piccoli cambiamenti.

Ad esempio, se tutti, ma proprio tutti, gli amministratori italiani convocassero le assemblee di condominio alle cinque del pomeriggio? È certo che da quel momento i nostri clienti prenderebbero atto che le assemblee vanno fatte alle 5 e non più alle 9 o alle 10 di sera.

Oppure, se nessuno di noi andasse più a riscuotere i pagamenti porta a porta (per chi lavora al nord sembrerà un anacronismo, ma da Roma in giù, questo servizio è preteso): i clienti si convincerebbero che per la loro sicurezza è meglio pagare in posta o in banca.

Poi se tutti gli amministratori italiani, da Bolzano a Catania, presentassero ai propri clienti un rendiconto, chiaro, leggibile, semplice, facilmente comprensibile, sfrondato da tutti gli orpelli contabili che amiamo aggiungere solo per dare uno spessore scientifico ad un documento il cui valore più importante non è la complessità bensì la veridicità.

Sono convinto che già questi tre passaggi porterebbero a cambiamenti di non poco conto: potremmo terminare il nostro lavoro ad un orario decente e dare la possibilità ai nostri clienti di fare le loro scelte con criterio e non per spossatezza, potremmo evitare il rischio di venire scippati o rapinati, potremmo ridurre drasticamente il contenzioso e le contestazioni sulle spese.

Con due risultati certi: lavorare meglio e veder riconosciuta la nostra professionalità.

Non siamo ancora alla rivoluzione, ma non mi sembra poco!

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Giuseppe Rigotti
Giuseppe Rigotti Sociologo del lavoro e dell'Organizzazione, direttore della BMSCHOOL
giuseppe.rigotti@libero.it
Tags: amministratoreApertura

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