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Piano Casa, Meloni investe più di Fanfani. E Salvini punta all’incasso al Nord

Maggio 2, 2026
in Normativa
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piano casa

A beautiful symmetric shot of a long apartment building

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Nel Dopoguerra l’Italia investì nelle case popolari l’equivalente di 5-6 miliardi di euro, oggi sul tavolo ce ne sono 10. I dettagli del Piano Casa

Un intervento di edilizia mastodontico che per risorse pubbliche messe in campo è paragonabile a quello fatto dalla Democrazia Cristiana nel Dopoguerra. Quello lanciato da Amintore Fanfani nel 1949 ha cambiato però volto alle città italiane mentre per capire l’efficacia concreta del Piano Casa varato dal Governo Meloni ci vorrà qualche anno. Sulla carta si parla di fino a 10 miliardi di euro utilizzabili in dieci anni ma quello che conta a oggi sono i soldi messi concretamente sul tavolo dall’Esecutivo, che potrebbero nei prossimi mesi dare una boccata d’ossigeno non da poco all’emergenza abitativa che da un decennio vede le liste di attesa per gli alloggi popolari aumentare velocemente quanto i canoni di locazione medi in Italia.

MELONI VS. FANFANI, QUANTO VALE IL PIANO CASA

Le misure adottate dal Governo Meloni per l’emergenza abitativa nei prossimi dieci anni valgono circa 10 miliardi di euro. Intanto 1,7 miliardi immediati per le ristrutturazioni di 63.000 immobili già esistenti ma non assegnabili (bagni da rifare, infissi da sostituire, infiltrazioni o impianti non a norma per importi medi di 20.000 euro ad appartamento). Un punto che il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha indicato da mesi come priorità assoluta del suo Gabinetto e su cui in conferenza stampa ha dichiarato che il Mit metterà a disposizione complessivamente 5 miliardi. Poi c’è il secondo pilastro del Piano: 3,6 miliardi da risorse nazionali ed europee (a cui se ne aggiungeranno altri 1,9) in un Fondo Housing Sociale coordinato da Invimit in cui saranno selezionati immobili del patrimonio pubblico da riqualificare. A questo si somma il terzo pilastro, ovvero gli sgravi per i privati che dovranno costruire nei prossimi 10 anni 100.000 alloggi a prezzi calmierati. Attenzione però: i prezzi calmierati sono cosa molto diversa dall’edilizia popolare: i primi costano il 30% circa in meno del canone di mercato quindi sui 350/400 euro mensili, mentre l’edilizia residenziale pubblica ha canoni molto più bassi.

Numeri giganteschi e non del tutto chiari finché non ci saranno i decreti attuativi ma che sulla carta prevedono un investimento paragonabile a quello, mastodontico, che l’Italia fece nel Dopoguerra sulle case popolari. Il Piano INA Casa, passato alla storia come Piano Fanfani, costruì nei suoi primi sette anni di operatività 355.000 alloggi con un investimento di circa 334 miliardi di lire dell’epoca. Se “attualizziamo” questa cifra con la conversione in euro e il calcolo Istat dell’inflazione otteniamo un potere di spesa di circa 5/6 miliardi di euro odierni.

IL VERO PIANO CASA: RISTRUTTURARE L’ESISTENTE

Nel lungo periodo sarà da vedere quanti dei dieci miliardi di euro ipotizzati oggi da Palazzo Chigi i prossimi Governi lasceranno effettivamente a disposizione del Piano Casa. Nel breve periodo invece i fondi per l’intervento più urgente ci sono per davvero. Parliamo del primo dei tre pilastri enunciati dopo il Consiglio dei Ministri del 30 aprile dalla premier Giorgia Meloni: quello che riguarda le ristrutturazioni degli alloggi esistenti ma non assegnabili perché bisognosi di manutenzione. A oggi in Italia questi alloggi sono 63.730 (dati Federcasa) a cui si possono sommare i 22.000 occupati abusivamente che, nelle speranze del Governo, saranno liberati grazie alla nuova norma sugli sfratti veloci inserita nel pacchetto Casa (in Parlamento esiste un ddl di Fdi identico che non ha mai iniziato l’iter legislativo). Sommati danno 85.000 alloggi che il Governo vuole assegnare entro 12 mesi, ovvero prima delle prossime elezioni, che si dovrebbero tenere nell’autunno del 2027 a scadenza naturale della legislatura o potenzialmente nella primavera 2027 se si accorpassero le politiche con le prossime amministrative.

Che abbia un sapore elettorale o meno di certo la misura porterebbe a casa un risultato non da poco: con una lista di circa 250.000 nuclei familiari in attesa dell’assegnazione di una casa, metterne in pochi mesi sul mercato 85.000 sarebbe a dir poco una boccata di ossigeno. Per farlo il Ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini mette sul piatto 1,7 miliardi di euro. Forse anche più del necessario visto che dai conti degli enti che gestiscono le case popolari in Italia il fabbisogno reale per le ristrutturazioni è di poco sotto il miliardo di euro. Qualche malizioso potrebbe dire che il ministro ne beneficerà più di altri nell’immediato visto che delle 63.730 case da ristrutturare il 69,7% si trova nel Nord Italia, ovvero dall’Emilia Romagna in su, con in testa in assoluto Lombardia e Veneto che da sole contano oltre 25.000 immobili inutilizzati.

GLI ENTI RINGRAZIANO

Di Piano Casa si parla da oltre un anno e di vedere i numeri lo si aspettava da fine agosto 2025, quando Giorgia Meloni annunciò l’arrivo imminente di questa misura al Meeting di Rimini. Le cifre che circolavano però erano di tutt’altra misura: si parlava di meno di un miliardo disponibile e, soprattutto, non si parlava di housing sociale e di ristrutturazione degli alloggi non assegnabili, ma solo di costruire 100.000 alloggi a prezzi calmierati, ovvero fuori dal perimetro dell’edilizia sociale e residenziale pubblica. Il Piano è, sulla carta, molto più ambizioso e infatti gli enti che gestiscono le case popolari in Italia si sono affrettati a ringraziare il Governo per una misura attesa da anni. “Una misura”, commenta a caldo Federcasa dopo il Cdm, “che consentirà di dare una prima e considerevoe risposta all’esigenza di riqualificazione del patrimonio immobiliare delle case popolari”.

“Esprimo tutta la nostra soddisfazione”, dice Marco Buttieri presidente di Federcasa che candida la federazione delle aziende che gestiscono gli alloggi Erp anche ad aiutare nella gestione dei futuri immobili a prezzi calmierati mettendo a disposizione il know how degli enti sul territorio. “Ringraziamo il Governo e il Ministro Salvini per l’attenzione che ci ha riservato e per aver interpretato l’emergenza della crisi abitativa in queste prime azioni concrete a sostegno del nostro lavoro”, conclude la nota di Buttieri.

Per giudicare bisognerà aspettare i decreti attuativi e capire le tempistiche dei cantieri. Non a caso Salvini si è scontrato con il ministro dei Beni culturali Alessandro Giuli affinché le Sovrintendenze non mettano i bastoni fra le ruote del Piano bloccando i cantieri prima ancora che partano. Fra gli strumenti messi in campo per attrarre gli investimenti privati c’è infatti un tempo ridotto (30 giorni allungati poi a 40) per le Sovrintendenze per fare osservazioni ai progetti. E un contributo è stato chiesto anche ai notai che dimezzeranno gli onorari per gli acquisti di alloggi popolari da parte degli inquilini che li abitano (il cosiddetto rent to buy).

Se si tratti di una manovra elettorale lo si capirà solo dopo le prossime politiche quando realisticamente potrebbero partire i primi cantieri. Sempre che non subentrino altre priorità e i fondi realmente disponibili nei prossimi anni non si rivelino minori degli annunci iniziali. Se nel 1949 bastavano 5 miliardi di oggi per cambiare un Paese, a chi governa nel 2026 ne serviranno molti di più per passare alla storia.

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Andrea Battistuzzi
Andrea Battistuzzi Giornalista
redazione@condominionotizie.it

Tags: Aperturacase popolaripiano casa

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